Animali, società e Pink Floyd

If you didn’t care what happened to me,

And I didn’t care for you,

We would zig zag our way through the boredom and pain

Occasionally glancing up through the rain.

Wondering which of the buggars to blame

And watching for pigs on the wing.

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Gli anni 70 sono gli anni di una società multiforme, di un mondo che cambia volto. Sono gli anni del movimento, gli anni delle prese di posizione. Anni in cui si respirava aria di rivoluzione. Anni in cui la perdita di molte certezze lasciano spazio a una nuova consapevolezza, della ribellione contro le imposizioni e contro lo status quo. Sono stati il periodo delle contestazioni, il periodo in cui si pretendeva di avere una voce. La società mutava il suo volto in due direzioni contrarie: da un lato, il mondo delle insegne luminose, degli slogan e delle pubblicità sgargianti, simbolo della nuova società dei consumi e del pericolo di nuove forme di alienazione, dall’altro il mondo che rifiutava tutto questo. Da entrambe le parti, la sfrenatezza regnava sovrana. Sfrenata era la corsa all’acquisto di tutti quegli oggetti che sembravano preannunciare una nuova, meravigliosa era. Così come sfrenata era la protesta contro la perdita di valore del pensiero autonomo, che si riversava tanto nelle strade quanto nei covi della sperimentazione, negli anfratti, che si nascondevano alle fondamenta del nuovo sviluppo urbanistico. Mentre i media non facevano altro che trasmettere immagini di un mondo ideale, nuovo e perfetto, le giovani generazioni vedevano la realtà di un mondo che non era più disposto ad abbassare lo sguardo e ad ascoltare, la sostanza di un mondo di apparenze, in realtà governato talvolta da brutali istinti. Per questo chi aveva una voce e qualcosa da dire, nonché la capacità di smuovere le coscienze della gente, da uno squallido locale notturno di periferia erano in grado di arrivare in vetta alle classifiche. Perché erano gli anni della sperimentazione e dell’innovazione artistica, anni in cui si cercava di sfidare i sensi per elevarli a nuove esperienze sia corporee che spirituali.

In questo scenario, nel 1977 uscì Animals, il decimo album dei Pink Floyd.

All’inizio, una chitarra e una voce, la voce di Waters. In poco più di un minuto, si materializza come un eco, la scia della voce di un passante tranquillo eppure fugace. È l’inizio di una storia. Il prologo di un’opera che non è solo una semplice scaletta di testi tra loro scollegati, bensì di un vero libro musicale, in cui ogni canzone è come un capitolo, strettamente connesso agli altri. La musica, quindi, assume il ruolo di coinvolgere anima e mente di colui che si presta ad ascoltarla. La potenza espressiva dei testi trasporta in una dimensione più profonda, più intima; così come i lunghi assoli strumentali creano un’atmosfera fatta di suoni e di emozioni contrastanti, che trovano un equilibrio sottile, che tiene sempre in bilico, sul filo di un rasoio con il fiato sospeso.

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Ci viene presentata, in cinque canzoni, una società animale. Fortemente influenzato dal celebre romanzo “La fattoria degli animali” di George Orwell, il gruppo ci trasporta con quella violenza espressiva che li caratterizza in un universo parallelo fatto di maiali che volano, di cani con la cravatta, di pecore al pascolo sull’asfalto. Un universo che poco ci vuole a comprendere che non è altro che lo specchio del mondo reale, fatto di un’umanità che, nonostante la grande considerazione che porta per se stessa, in realtà vive degli istinti più bassi, più rozzi, sporchi e vili. Vengono una per una abbattute tutte le certezze dell’uomo, che altro non sono se non fragili cupole di vetro. Viene fuori la realtà di un uomo-animale, di un uomo sostanzialmente incapace di esserlo, profondamente distrutto da tutto ciò che la stessa umanità gli ha eretto intorno.

L’uomo di giustizia, quindi l’agente di polizia, è un cane. Un cane vigile, attento, silenzioso. In divisa e pronto per essere sguinzagliato. Un cane da guardia, aggressivo contro chi è stato addestrato ad aggredire, who was fitted with collar and chain. Sostanzialmente innocuo, incapace di pensare autonomamente, che rincorre semplicemente gli ossi che gli vengono lanciati e li riporta indietro scodinzolando, al contempo trionfante e sottomesso, che risponde a dei semplici e precisi comandi. Un uomo che non è più uomo, perché vive solo di fedeltà, di fiducia cieca verso lo stato e la società, lealtà giurata che lo spinge a difenderla con le zanne e con le unghie appositamente affilate. Un essere umano usato e sfruttato come un’arma, un uomo deaf, dumb and blind, del quale è stata uccisa la coscienza in modo da rendere la sua mano un mezzo, e nient’altro che un mezzo, per uccidere. Il migliore amico dell’uomo, che in realtà altro non è se non il suo animale domestico. Solo una povera anima deprivata di tutto, montata di apparenza, schierata per le strade degli uomini, who was found dead on the phone, who was dragged down by the stone.

Tre diverse tipologie di uomini, inoltre, altro non sono che grassi, lerci maiali. La canzone “Pigs, three different ones” è una sincera presa in giro, una risata sguaiata in faccia alle apparenze costuite. Gli uomini d’affari, ad esempio: buffoni che si abbuffano voracemente a spese degli altri, abili mentitori, convincenti per mestiere, che operano nella pig mine, nella “miniera del maiale”, che si arricchiscono per via del consumismo.  Gli opportunisti politici, che ingrassano la loro fama giocando con i problemi delle persone. Freddi, talvolta spietati, senza alcun riguardo per la vita umana, che facilmente hanno good fun with a hand gun, persone che con fior di discorsi ostentano un elevato senso morale, degno di rispetto e di fiducia, che invece si dimostrano essere solo un rozzo grugnito. In fine, i bigotti e i moralisti. Persone viscide, all tight lips and cold feet, che si nutrono di valori fallaci, si riempiono l’ego con immagini catastrofiste del degrado altrui, di deboli sovrastrutture per autoconvincersi di possedere una verità che nel profondo sanno di non poter nemmeno cercare. Individui loschi che costruiscono un’apparenza di rettitudine, freddezza, ordine e solidità, nascondendo un mediocre, sudicio maiale.

Le masse, invece, sono greggi di pecore. Sono fanatismo, sono l’annullamento dell’individuo pensante. Profonda è nel testo di “Sheep” la critica alla modalità della ribellione di massa, che non fa altro che lasciar prevalere gli istinti violenti degli uomini. È uno schiaffo sia alla rivoluzione inconsapevole sia all’inettitudine e all’immobile indifferenza, posti sullo stesso piano. Nel primo caso gli uomini finiscono, lottando per liberarsi dall’oppressione e dalla schiavitù, a diventare ulteriormente schiavi, a legarsi da soli con le catene degli idoli, della fede cieca, degli slogan. Così i singoli diventano pecore in gruppo, e si perdono nella nebbia dei well trodden corridors into the valley of steel, seguendo, inconsapevolmente ubbidienti, un nuovo pastore. Le pecore scappano dai cani, quindi dalla polizia. Sia pecore che cani ubbidiscono a una gerarchia. Sia pecore che cani pensano di lottare per la libertà, senza sapere di star combattendo esattamente per la stessa cosa, che il pastore di uno è il padrone dell’altro, senza sapere di essere entrambi soltanto bleating and babbling, giocandosi la vita nella lotta di qualcuno o qualcosa molto più grande di loro, che talvolta nemmeno esiste.

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La musica rende i contenuti un grido reale, una protesta vigorosa e sonora, arte che abbatte gli schemi con la forza della sincerità di cui l’animo umano è, nonostante tutto, capace. Così, alla fine di questa narrata, cantata e suonata rappresentazione della fattoria che è l’umanità, si palesa un respiro di ottimismo. Siamo noi stessi che possiamo dare ai cani una casa. Siamo noi stessi che possiamo tenderci una mano di solidarietà. Siamo noi stessi che possiamo trovare a shelter from pigs on the wing.

You know that I care what happens to you,

And I know that you care for me too.

So I don’t feel alone,

Or the weight of the stone,

Now that I’ve found somewhere safe

To bury my bone.

And any fool knows a dog needs a home,

A shelter from pigs on the wing.

Margherita Mancini

 

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